Sotto la superficie dell’Atlantico non ci sono solo leggende di pirati, ma uno dei patrimoni storici più ricchi d’Europa che rischia di andare perso in silenzio. Mentre nel 2026 si parla di turismo sostenibile e blue economy, migliaia di relitti carichi di storia – e in alcuni casi di metalli preziosi – restano senza una vera protezione.
Per chi viaggia tra Lisbona, le Azzorre o Madeira, l’idea è affascinante: navigare sopra oltre 8000 naufragi documentati. Ma dietro il fascino del “tesoro nascosto” c’è un problema molto concreto: un patrimonio che nessuno sta davvero difendendo, proprio mentre crescono cantieri, dragaggi e nuove rotte turistiche.
Il mito dell’oro facile che può costarti caro
La prima trappola è pensare solo all’oro. Molti italiani, bombardati da titoli su “tonnellate di oro e argento” nei fondali, immaginano le Azzorre come un Far West marino. In realtà, gli archeologi avvertono: i numeri sui tesori sono storici, non casseforti pronte da aprire.
Il caso dei relitti al largo del Portogallo lo dimostra. L’archeologo subacqueo Alexandre Monteiro, dell’Universidade Nova de Lisboa, ha censito 8620 naufragi: circa 7500 lungo la costa continentale, un migliaio intorno alle Azzorre e più di 100 vicino a Madeira. Molti risalgono all’epoca delle grandi esplorazioni, tra XVI e XVIII secolo, con carichi registrati di metalli preziosi, spezie e merci di alto valore.
Qui nasce la tensione: sulla carta sembrano forzieri, ma sul fondale sono soprattutto archivi viventi della storia marittima europea. E chi sogna di “fare il colpo” dimentica un dettaglio essenziale: la Convenzione UNESCO sul patrimonio subacqueo e le leggi nazionali rendono il saccheggio un reato, non un hobby da vacanza estrema.
Se ti è mai balenata l’idea di un “viaggio alle Azzorre per cercare tesori”, questo è il riconoscimento perfetto: non sei l’unico, ma è esattamente l’atteggiamento che gli esperti temono.
Il vero rischio nascosto: non i pirati, ma i cantieri
Il pericolo maggiore non viene dai cacciatori di tesori, spiega Monteiro, ma dall’assenza di una strategia di tutela da parte dello Stato portoghese. Tutta la documentazione sui relitti è stata resa pubblica, ma manca un piano serio di protezione.
Molti relitti sono coperti da strati di sabbia che li proteggono in modo naturale. Tuttavia basta un dragaggio per un nuovo porto turistico, un ampliamento di marina o lavori per infrastrutture costiere perché i resti vengano esposti e danneggiati senza alcun protocollo di conservazione. È lo stesso tipo di problema che in Italia ANSA ha più volte segnalato per i ritrovamenti casuali nel Mar Tirreno o nell’Adriatico, spesso intercettati solo grazie a segnalazioni della Guardia Costiera.
Per capire quanto sia delicato il tema, basta un esempio concreto: il ritrovamento del Nossa Senhora da Luz, nave ammiraglia portoghese affondata nel 1615 vicino all’isola di Faial, nelle Azzorre. Non è stato scoperto “per caso”, ma dopo anni di lavoro d’archivio. Il suo valore non sta in qualche moneta d’oro, ma nella possibilità di ricostruire rotte, tecniche di costruzione navale e dinamiche del commercio atlantico.
Quando questo tipo di sito viene danneggiato, il costo è collettivo: un pezzo di storia europea – anche italiana, dato il ruolo dei porti di Genova, Venezia o Napoli nelle rotte atlantiche – svanisce per sempre.
Se stai programmando un viaggio subacqueo tra Portogallo e Azzorre, il controllo più semplice è questo: informarti se il diving center collabora con enti come la Direção-Geral do Património Cultural o università locali. Se l’unico argomento è “ti portiamo dove ci sono tesori”, è un segnale d’allarme.
Perché questo patrimonio riguarda chi viaggia dall’Italia
Molti italiani vedono il mare solo come sfondo da cartolina. Ma il boom dei voli low cost da Milano o Roma verso Lisbona, Ponta Delgada o Funchal sta cambiando le rotte del turismo. E con esso, la pressione su coste e fondali.
Il patrimonio subacqueo portoghese è una parte della stessa storia che trovi nei musei di Venezia o nel Galata Museo del Mare di Genova: navi, commerci, guerre, migrazioni. Scegliere un’escursione responsabile, visitare musei marittimi locali, sostenere progetti di ricerca universitaria invece di attività “borderline” significa trasformare una vacanza in un investimento culturale reale, non in una caccia al tesoro da social.
ISTAT registra da anni una crescita costante dei viaggi degli italiani verso l’estero, con un forte aumento delle mete atlantiche. Questo rende urgente una domanda scomoda: vogliamo essere i turisti che consumano il mare o quelli che lo aiutano a raccontare la sua storia?
La prossima volta che sorvoli l’Atlantico diretto a Lisbona o alle Azzorre, ricordati che sotto l’ala dell’aereo non ci sono solo onde: c’è un archivio gigantesco della nostra memoria europea, ancora in attesa di essere protetto come merita.

